Dopo aver viaggiato agli albori dell’archivistica, la storia degli archivi prosegue nell’età classica per andare ad analizzare il ruolo delle raccolte documentali tra i Greci.

Per comprendere l’influenza che questa cultura ha avuto nell’ambito della conservazione dei documenti, basti pensare che il termine “archivio” deriva direttamente dal termine greco archái (ἀρχαὶ, magistrati), gli amministratori della cosa pubblica, delegati dell’assemblea popolare. Da lì il termine archeion, acquisito dalla lingua latina con il termine archivum.

Nella storia della società greca classica la sacralità dell’archivio pubblico è sottolineata dal fatto che le raccolte di documenti venivano affidate, il più delle volte, a templi e santuari. Un anatema gravava su coloro che si macchiavano del sacrilegio di alterare i documenti conservati (elemento che fa pensare a un’eventualità piuttosto ricorrente).

I supporti altamente deperibili, che venivano utilizzati per la registrazione di dati e informazioni, hanno drasticamente ridotto l’occasione di analizzare i documenti conservati in questi archivi. Certo è che, oltre alle memorie degli eventi pubblici, gli archivi delle città della classicità greca conservavano anche atti privati come contratti, testamenti, adozioni.
Dalla seconda metà del IV secolo nell’agorà di Atene venne istituito il più importante archivio di Stato dell’epoca. Documenti della vita pubblica, come il verbale di plebisciti, leggi e atti processuali, e potevano essere consultati da tutti i cittadini.

Con i Greci dell’età classica, gli archivi entrano definitivamente nella Storia della cultura occidentale, assumendo la stessa aura di sacralità con la quale questa società aveva ammantato la cosa pubblica.

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